2 ottobre 2026
La sete di senso di Parigi
Roberto Donadoni
Parigi, per qualche ora, ha avuto un volto inatteso.
Non quello delle vetrine, dei boulevard, dei palazzi della politica. Ma quello di migliaia di persone ferme ad aspettare. Giovani negli stadi, famiglie lungo gli Champs-Élysées, anziani, religiosi, curiosi. Una folla troppo grande per essere liquidata come nostalgia, troppo giovane per essere considerata il residuo di un mondo che non c’è più.
È forse questa l’immagine più forte lasciata dal viaggio di Leone XIV in Francia.
Non semplicemente il successo di un Papa. Qualcosa di più difficile da spiegare.
Perché quella folla è apparsa nel cuore di una delle società più secolarizzate d’Europa, proprio là dove da decenni siamo abituati a pensare che la questione religiosa appartenga ormai alla sfera privata, quasi fosse un linguaggio destinato lentamente a scomparire.E invece eccola di nuovo.Non necessariamente come ritorno alla Chiesa. Non sarebbe serio dirlo. Ma certamente come domanda.Una domanda di senso.
Leone XIV sembra averlo compreso. Per questo non è arrivato a Parigi per rivendicare spazi perduti o per misurare la forza del cattolicesimo francese. Ha fatto qualcosa di più semplice e insieme più radicale: ha parlato dell’uomo.
Della libertà, prima di tutto. Una delle grandi parole della Francia e della modernità. Ma una libertà che rischia di diventare soltanto possibilità di scegliere, senza sapere più che cosa meriti davvero di essere scelto.
Ha parlato della vita fragile, mentre l’Europa discute sempre più di nascita, malattia, vecchiaia e morte come problemi da governare. Ha ricordato che il valore di una persona non coincide con la sua efficienza.
Ha parlato di intelligenza artificiale, proprio mentre affidiamo alle macchine capacità sempre più grandi, ricordandoci però che nessun algoritmo potrà rispondere alla domanda che accompagna l’uomo da sempre: perché vivo?Ed è forse questo il punto.
Abbiamo costruito società capaci di offrire quasi tutto, ma non necessariamente una risposta al bisogno di significato.Possiamo comunicare continuamente e sentirci soli. Possiamo vivere più a lungo e non sapere per che cosa vivere. Possiamo moltiplicare le possibilità e restare paralizzati davanti alla scelta decisiva: che cosa vale davvero?La modernità ha promesso di liberarci da molte paure. E in larga parte lo ha fatto. Ma non ha cancellato le domande ultime. Le ha soltanto rese meno visibili.
Poi, qualche volta, accade qualcosa che le fa riemergere.Una folla che aspetta ore.Ottantamila giovani che cantano in uno stadio.Un silenzio davanti a Lourdes.Un Papa che attraversa Parigi parlando di dignità, libertà, pace, fragilità.
Sono immagini che obbligano almeno a sospendere una certezza troppo comoda: quella secondo cui l’Europa avrebbe ormai chiuso i conti con Dio.Forse ha chiuso i conti con molte forme della religione. Forse non comprende più molti linguaggi della Chiesa. Forse ne contesta, spesso con ragione, incoerenze e fallimenti.
Ma non ha chiuso i conti con la domanda.Ed è qui che il viaggio di Leone XIV diventa interessante anche oltre i confini della Chiesa.Perché Parigi non ha mostrato un’Europa improvvisamente tornata cattolica. Ha mostrato qualcosa di più fragile e forse più vero: un continente che, sotto la superficie del benessere e dell’autosufficienza, continua a cercare.Continua ad avere sete.La domanda, allora, non è quanti fossero in piazza.
La domanda è che cosa cercassero.E forse la vera sfida per la Chiesa comincia proprio da qui: non celebrare la folla, non contare le presenze, non illudersi che basti riempire una piazza.
Ma essere capace, davanti alla sete dell’uomo, di non offrire parole vuote.
E di indicare ancora una sorgente.
17 settembre 2026
Il prezzo delle idee
Roberto Donadoni
La canonica era fredda. Ricordo questo, prima di tutto. Lui stava lì, con il golf sotto la talare, le mani un po’ rosse per il freddo e i libri consumati agli angoli. Si parlava davanti a un caffè o, qualche volta, a un bicchiere di vino. E a un certo punto della conversazione, quasi sottovoce, come si dicono le cose che non si vogliono trasformare in slogan, lasciava cadere una frase:
«Le idee valgono non per quello che rendono, ma per quello che costano».
Non la spiegava. Magari tornava a versare il vino, cercava un foglio o guardava fuori dalla finestra. Ci ho messo molti anni a capire che dentro quella frase c’era molto più di quanto allora riuscissi a comprendere.
Perché noi siamo abituati a ragionare esattamente al contrario. Ci chiediamo quanto rende una cosa. Se funziona. Se conviene. Se porta risultati, consenso, numeri.
Accade nella politica, nell’informazione, nel lavoro. E, qualche volta, accade anche nella Chiesa, quando ci preoccupiamo molto di sapere quanta gente verrà e un po’ meno di capire se ciò che proponiamo abbia davvero qualcosa da dire alla vita delle persone.
Forse il vecchio prete aveva intuito che il valore delle cose importanti si vede altrove.
Si vede quando cominciano a costare.
Costa dire ciò che pensiamo quando sarebbe più conveniente tacere. Costa mantenere una promessa quando non ci conviene più. Costa perdonare, chiedere scusa, restare accanto a qualcuno quando non abbiamo più niente da ricevere. Oggi, invece, le opinioni costano pochissimo. Ne abbiamo una su tutto: sulla guerra, sulla povertà, sui migranti, sui giovani, sulla Chiesa, sulla politica. Bastano pochi secondi per pronunciare un giudizio e ancora meno per diffonderlo.
Abbiamo moltiplicato le parole e forse ne abbiamo diminuito il peso.
C’è una differenza tra parlare di una cosa e lasciarla entrare nella propria vita. Newman distingueva tra le verità alle quali aderiamo soltanto con la testa e quelle che diventano reali dentro di noi. E Kierkegaard, in fondo, ci ricorda semplicemente che una verità deve diventare anche vita.
Naturalmente non tutto ciò che costa è per questo giusto. Anche un fanatico può sacrificare tutto per un’idea sbagliata. Il dolore non trasforma una menzogna in verità.
Ma il prezzo rivela almeno una cosa: quanto siamo coinvolti in ciò che diciamo.
L’accoglienza diventa vera quando qualcuno entra davvero dalla nostra porta e magari disturba i nostri programmi. La fraternità quando riguarda proprio la persona che facciamo fatica a sopportare. La cura dei poveri quando non consiste soltanto nel dare ciò che avanza, ma ci chiede di cambiare almeno qualcosa delle nostre priorità.
È allora che le idee smettono di essere soltanto parole.
E vale anche nella vita civile. Una politica torna credibile quando qualcuno è disposto a perdere consenso pur di non tradire un principio. Un giornalista, un medico, un insegnante conoscono il valore del proprio mestiere anche quando fare bene ciò che devono fare diventa scomodo.
Persino la libertà che oggi consideriamo normale racconta la stessa storia. Noi l’abbiamo ricevuta gratuitamente, ma gratuita non è stata. Altri l’hanno pagata con il carcere, con l’emarginazione, con la paura, qualcuno persino con la vita. Noi ne raccogliamo i frutti. Altri ne hanno sostenuto il costo.
Per un cristiano tutto questo porta inevitabilmente alla croce. Il cristianesimo, prima ancora di essere un insieme di idee, racconta un Dio che non si è limitato a parlare dell’amore. Lo ha vissuto fino alle conseguenze estreme.
«A caro prezzo siete stati comprati», scrive Paolo.
Bonhoeffer parlava della “grazia a buon mercato”: un cristianesimo che consola senza cambiare nulla, che parla molto e non chiede più niente alla vita. Lui quelle parole le avrebbe poi pagate personalmente, fino alla morte.
Ma non occorre essere martiri per conoscere il prezzo delle idee. Lo conosce chi mantiene una parola data, chi si prende cura di qualcuno senza ricevere nulla in cambio, chi non abbandona un amico quando quell’amicizia diventa difficile, chi continua a fare bene il proprio lavoro anche quando nessuno lo vede.
Forse il vecchio prete voleva dirmi semplicemente questo.
Prima di chiederci se un’idea funziona, dovremmo qualche volta chiederci: quanto mi costa? Che cosa cambia nella mia vita? Perché ci sono idee che rendono moltissimo e valgono pochissimo.
E ce ne sono altre che apparentemente non rendono nulla, ma tengono in piedi una vita, una famiglia, una comunità, qualche volta perfino un Paese.
«Le idee valgono non per quello che rendono, ma per quello che costano».
Dopo tanti anni, quando ripenso a quella canonica fredda, al golf sotto la talare, a quel bicchiere di vino e a quella frase lasciata cadere quasi per caso, credo di cominciare a capire che cosa quel vecchio prete volesse insegnarmi.
26 agosto 2026
Che cosa muove il mondo?
Roberto Donadoni
«L’amor che move il sole e l’altre stelle». È difficile trovare, nella storia della letteratura, un verso capace di racchiudere in così poche parole una visione tanto vasta dell’uomo e dell’universo. Dante affida a queste parole la conclusione della Divina Commedia. Non un punto fermo, quasi paradossalmente, ma un movimento: il viaggio termina là dove Dante comprende finalmente che cosa muove ogni cosa. L’amore.
È questo il verso scelto come tema del Meeting di Rimini 2026. E vale la pena sottrarlo per un momento alla bellezza della citazione per lasciargli tutta la forza provocatoria di una domanda: che cosa muove oggi il nostro mondo?
Guardandoci attorno, la risposta di Dante potrebbe apparire persino ingenua. A muovere la storia sembrano essere piuttosto il denaro, gli interessi economici, la volontà di potenza, la competizione, la paura. Vediamo guerre che pensavamo appartenessero al passato, popoli costretti ad abbandonare le proprie case, nuove contrapposizioni tra potenze. Persino l’intelligenza artificiale ci costringe a domandarci non soltanto che cosa saremo capaci di fare, ma per quale ragione vorremo farlo.
Ma esistono anche ferite meno visibili: la solitudine di molti anziani, la fatica delle famiglie, giovani che possiedono possibilità impensabili per le generazioni precedenti e, nello stesso tempo, sembrano avere più paura del futuro. Persino l’inverno demografico, prima ancora di essere un problema statistico, racconta forse qualcosa di più profondo: la fatica di credere che il futuro meriti ancora di essere generato.
Abbiamo costruito società straordinariamente efficienti, ma non necessariamente più capaci di prendersi cura. Possiamo essere continuamente connessi e terribilmente soli. Possiamo sapere in pochi secondi che cosa accade dall’altra parte del pianeta e non conoscere il nome di chi abita alla porta accanto.
È dentro queste contraddizioni che Dante torna a interrogarci.
Per lui l’uomo è un essere desiderante. Cerca felicità, riconoscimento, sicurezza, affetto, qualcosa per cui valga la pena vivere. Il problema non è il desiderio, ma la sua direzione. Agostino lo aveva intuito parlando dell’ordo amoris: la questione decisiva non è semplicemente se amiamo, ma che cosa amiamo e secondo quale ordine. Non basta amare: occorre imparare ad amare bene.
E questa non è soltanto una questione privata, perché dai nostri desideri nasce anche la società nella quale viviamo. Se desideriamo soltanto il nostro interesse, costruiremo una società di concorrenti. Se desideriamo soltanto vincere, avremo sempre bisogno di qualcuno da sconfiggere. Se misuriamo il valore di una persona esclusivamente da ciò che produce, prima o poi qualcuno diventerà un peso: l’anziano, il malato, il fragile, il povero.
Ma forse il vero contrario dell’amore non è neppure l’odio. È l’indifferenza. L’odio conserva, sia pure in maniera tragicamente deformata, una relazione con l’altro; l’indifferenza invece lo cancella dal nostro orizzonte. È una delle grandi tentazioni del nostro tempo: vedere senza guardare, sapere senza sentirci coinvolti, assistere alla sofferenza senza lasciarcene interrogare.
Una società veramente umana comincia invece quando scopriamo che abbiamo bisogno gli uni degli altri. E soprattutto quando riconosciamo il valore di una persona non per ciò che produce, possiede o può restituirci, ma semplicemente perché è. Prima di ogni prestazione, capacità o utilità viene la persona.
Da qui nasce quella che potremmo chiamare la forza civile della cura. Prendersi cura non è soltanto un sentimento privato. Riguarda la polis, la città che vogliamo abitare. Dietro ogni numero esistono persone: dietro la natalità ci sono famiglie che devono poter immaginare un futuro; dietro la povertà ci sono volti; dietro la sanità ci sono malati; dietro la scuola ci sono ragazzi ai quali stiamo consegnando il mondo di domani.
Benedetto XVI lo ricordava nella Caritas in veritate: «La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa». L’amore, dunque, non appartiene soltanto alla sfera dei sentimenti. Ha conseguenze sociali e civili, domanda giustizia, responsabilità e bene comune.
Il cristianesimo compie poi un passo ulteriore. Quell’Amore che per Dante muove il sole e le stelle non è una forza impersonale. Ha un volto: è il Dio che crea per amore e che in Cristo entra nella storia dell’uomo. Ma anche chi non condivide questa fede può riconoscere la grande intuizione dantesca: nessuna civiltà sopravvive a lungo se non sa che cosa ama.
Forse è questa la domanda che il Meeting consegna quest’anno a tutti: che cosa amiamo davvero? Che cosa stiamo insegnando a desiderare alle nuove generazioni? Quale posto riserviamo a chi è fragile? Quale umanità stiamo costruendo? Dante termina il suo viaggio contemplando le stelle, ma non fugge dalla terra. Dopo aver attraversato il male, la violenza e le fragilità dell’uomo, scopre che l’ultima parola sulla realtà non è il caos. È l’Amore.
Ma l’amore non può restare una bella parola. Diventa vero quando si fa atto, attenzione e vita; quando diventa presenza, cura, responsabilità.
Perché il mondo non cambia soltanto attraverso le decisioni dei potenti. Cambia ogni volta che qualcuno si prende cura, riconosce nell’altro un valore che viene prima di ogni utilità e, davanti a un altro essere umano, decide di non voltarsi dall’altra parte.
Forse è proprio da lì che ricomincia «l’amor che move il sole e l’altre stelle».
30 luglio 2026
La nostalgia di Itaca
Roberto Donadoni
È curioso che un poema scritto quasi tremila anni fa riesca ancora oggi a riempire le sale cinematografiche di tutto il mondo. Evidentemente il successo dell’Odissea di Christopher Nolan non riguarda soltanto il cinema. Riguarda noi. Sono uscito dalla sala con una sensazione che raramente provo: non avevo visto soltanto un film, avevo attraversato una domanda. E forse è proprio questo che distingue un classico da qualsiasi altra storia. Un classico non finisce con i titoli di coda. Continua a lavorarti dentro.
Non mi interessa discutere se il film sia fedele o meno a Omero, né stabilire se sia il miglior lavoro del regista. Altri lo faranno. A me interessa un’altra domanda: perché, dopo quasi tremila anni, il viaggio di Ulisse continua a parlare così profondamente alla nostra vita?
Forse perché l’Odissea non racconta semplicemente un eroe. Racconta la fatica di diventare uomini. Ed è questo che rende un classico immortale: non offre risposte al suo tempo, ma pone domande che ogni epoca è costretta a rifarsi.
Nel film di Nolan Ulisse non è un superuomo. È un uomo intelligente, ambiguo, fragile. Porta sulle spalle il peso delle proprie decisioni e scopre, passo dopo passo, che ogni vittoria ha un prezzo. È una riflessione di straordinaria attualità. Viviamo in una società che ci educa a vincere, a raggiungere obiettivi, a primeggiare. Molto meno a fare i conti con le conseguenze delle nostre scelte.
La vera maturità comincia quando smettiamo di domandarci chi abbia sbagliato e iniziamo a chiederci quale parte di responsabilità appartenga anche a noi. Le ferite più profonde non sono sempre quelle che gli altri ci infliggono. Sono anche quelle che noi stessi provochiamo e che continuiamo a portarci dentro.
C’è poi una parola antica che attraversa tutto il film e che oggi abbiamo quasi dimenticato: la nostalgia. Noi la usiamo come sinonimo di malinconia. Per i Greci era molto di più. Era il nóstos, il ritorno. E dalla parola nóstos, unita ad álgos (dolore), nasce nostalgia: il dolore del desiderio di tornare. Perché tornare non significa semplicemente rientrare a casa. Significa ritrovare se stessi.
E forse questa è la condizione dell’uomo contemporaneo. Viaggia ovunque, attraversa il mondo, comunica in tempo reale con chiunque, ma fatica sempre di più a ritrovare la strada verso la propria interiorità. L’Itaca che tutti cerchiamo, prima ancora che un luogo, è una pace. È quel punto in cui la nostra vita torna finalmente a coincidere con ciò che siamo davvero.
Forse il vero dramma del nostro tempo non è che abbiamo smesso di partire. È che non sappiamo più tornare. Torniamo a casa la sera, ma non torniamo più a noi stessi. E senza questo ritorno, ogni traguardo rischia di diventare soltanto un’altra tappa, mai un approdo.
La nostra epoca celebra chi parte, chi cambia continuamente, chi è sempre in movimento. L’Odissea, invece, celebra chi ritorna. E forse è questa la sua lezione più rivoluzionaria. Abbiamo imparato ad andare lontano, ma stiamo dimenticando la bellezza del tornare: tornare a una casa, a un volto, a una promessa, a una parte autentica di noi stessi.
Forse il problema non è che i classici abbiano smesso di parlarci. È che siamo noi ad aver smarrito una parte del loro linguaggio. Sappiamo ancora vedere l’avventura, la guerra, la violenza, gli effetti speciali. Facciamo più fatica, invece, a riconoscere il silenzio, l’attesa, la fedeltà, il mistero. Eppure è proprio lì che i grandi racconti continuano a custodire il loro segreto.
L’altro grande tema è quello del limite. Gli antichi lo chiamavano hybris: la superbia di credere che tutto ciò che è possibile sia anche giusto. È una tentazione che attraversa ogni epoca. Le civiltà non crollano in un giorno. Si consumano lentamente, ogni volta che spostano un po’ più avanti il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, tra ciò che è giusto e ciò che è semplicemente possibile.
Per questo una delle frasi più intense del film suona come un monito rivolto anche a noi: «Non cercare gli dèi negli uomini. Rimarrai solo deluso.»
È una frase che descrive perfettamente il nostro tempo. Continuiamo a costruire idoli: leader, personaggi pubblici, influencer, uomini e donne ai quali chiediamo di essere perfetti. Poi, inevitabilmente, li abbattiamo. Ma nessun essere umano può sostenere il peso di essere un dio. Quando pretendiamo la perfezione dagli altri, prepariamo soltanto la nostra delusione. L’uomo non ha bisogno di essere divinizzato. Ha bisogno di essere riconosciuto nella sua grandezza e, insieme, nella sua fragilità.
L’altra frase del film completa la prima: «Il potere che ha un sacrificio dipende dal costo che ha per chi lo compie.»
È un’affermazione semplice, ma attraversa tutta la vita. Oggi la parola sacrificio sembra quasi fuori moda. Preferiamo parlare di successo, di efficienza, di risultati immediati. Eppure tutto ciò che conta davvero nasce da qualcosa che costa. Un amore, un’amicizia, una famiglia, un figlio, un’opera d’arte, una scelta morale. Il valore di una vita non si misura da ciò che possiede, ma da ciò che è disposto a donare.
Forse è proprio questo che continua a rendere viva l’Odissea. Non ci insegna come attraversare il mare, ma come attraversare noi stessi. Ci ricorda che il viaggio più lungo non è quello che separa Troia da Itaca, ma quello che conduce un uomo dalla presunzione alla responsabilità, dall’orgoglio alla consapevolezza, dalla fuga al coraggio di guardarsi dentro.
L’Odissea non finisce quando Ulisse approda a Itaca. Finisce ogni volta che un uomo ritrova il coraggio di tornare a se stesso. Perché, in fondo, Itaca non è un’isola. È il nome che diamo alla parte più vera della nostra vita
16 luglio 2026
Perché una parola di pace a Venezia pesa di più
Roberto Donadoni
Uscendo da uno degli incontri con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, c’era una frase che continuava a tornarmi alla mente. Non parlava della guerra. Non parlava della Terra Santa. Parlava di Venezia.
«Il futuro di Venezia è la sua storia.»
Per tutto il tragitto verso casa quelle parole hanno continuato ad accompagnarmi. Più ci riflettevo, più mi rendevo conto che non erano semplicemente un omaggio alla città. Erano una domanda. Una domanda rivolta a ciascuno di noi.
Siamo ancora all’altezza della storia che abbiamo ricevuto?
Da anni discutiamo, giustamente, di spopolamento, di turismo, di affitti impossibili, di negozi storici che chiudono, di una città che fatica a rimanere viva. Sono problemi reali, che chiedono risposte concrete. Ma esiste un rischio ancora più grande, del quale si parla troppo poco: perdere la coscienza della nostra identità.
Perché una città non muore quando perde abitanti.
Muore quando perde la propria anima.
E l’anima di una città non si misura dal numero dei visitatori, dai cantieri aperti o dai bilanci in attivo. Si misura dalla fedeltà alla propria vocazione. Una città può essere restaurata in ogni suo edificio, può essere ammirata da milioni di persone, può perfino diventare un modello di efficienza, e tuttavia smarrire il motivo per cui è nata. Sarebbe la sconfitta più grande. Per Venezia il vero pericolo non è soltanto perdere residenti. È perdere se stessa.
Durante quei giorni, il Patriarca latino di Gerusalemme ha raccontato con lucidità la tragedia della Terra Santa. Non ha nascosto la sofferenza, la paura, la fatica di continuare a credere nel dialogo quando tutto sembra gridare vendetta. Ma, quasi all’improvviso, ha pronunciato una frase che mi ha colpito ancora più della precedente:
«Alla fine saranno i miti a vincere.»
Confesso che, sulle prime, mi è sembrata quasi una provocazione.
Guardando ciò che accade nel mondo, siamo portati a credere esattamente il contrario. Pensiamo che la storia appartenga ai forti, a chi possiede più armi, a chi esercita il potere, a chi riesce a imporsi sugli altri. Ogni giorno le immagini delle guerre sembrano confermare questa convinzione.
Eppure il Vangelo continua ostinatamente a raccontare un’altra storia.
«Beati i miti», dice Gesù.
Non perché siano deboli o rassegnati, ma perché hanno una forza diversa. La forza di chi costruisce invece di distruggere. Di chi tiene aperta una porta quando sarebbe più facile chiuderla. Di chi continua a credere nell’uomo anche quando l’uomo sembra aver perso se stesso.
Se ci pensiamo, tutta la civiltà nasce così.
Non dalla violenza, ma dalla pazienza.
Non dall’odio, ma dalla capacità di ricominciare.
Non dalla forza che domina, ma dalla mitezza che costruisce.
E allora basta guardare Venezia.
Questa città non è diventata una delle capitali della civiltà europea perché qualcuno ha saputo distruggere più degli altri. È diventata grande perché ha saputo costruire. Ha costruito ponti tra Oriente e Occidente, relazioni tra popoli diversi, dialoghi tra culture, incontri tra uomini di fedi differenti. Ha trasformato il mare in una strada che univa anziché dividere. Ha fatto della bellezza un linguaggio universale e dell’arte uno spazio nel quale persone lontane potevano riconoscersi.
La Serenissima è stata certamente una grande potenza. Ma ciò che l’ha resa immortale non è stata la sua forza militare. È stata la sua capacità di generare cultura, diritto, diplomazia, arte, commercio, dialogo. Ha saputo creare una civiltà. E una civiltà non nasce mai dalla prepotenza. Nasce sempre dall’intelligenza, dalla pazienza e dalla capacità di guardare oltre il proprio interesse.
Forse è proprio questo il motivo per cui una città come Venezia continua a parlare al mondo.
Quando il cardinale Pizzabattista Pizzaballa ha detto che una parola di pace pronunciata a Venezia ha un peso diverso, non stava facendo un complimento alla città. Le stava ricordando la sua responsabilità.
Ci sono città che parlano attraverso il potere economico.
Altre attraverso la forza politica.
Venezia parla attraverso la credibilità della sua storia.
Per questo il suo futuro coincide davvero con il suo passato. Non perché dobbiamo vivere di nostalgia. La nostalgia, da sola, non costruisce nulla. Ma perché quella storia continua a indicare una direzione. Ci ricorda quale sia la vocazione di questa città e, forse, anche quella di ciascuno di noi.
Noi veneziani rischiamo, più di altri, di non accorgerci del tesoro che abbiamo tra le mani. La bellezza ci è diventata così familiare da apparirci quasi normale. Attraversiamo ogni giorno calli e campi, ponti e canali, chiese e palazzi senza fermarci a pensare che tutto questo non è soltanto un patrimonio artistico. È il frutto di una visione dell’uomo e della società.
Venezia non è una cartolina.
Non è un museo.
Non è il fondale delle fotografie di milioni di turisti.
È una responsabilità.
La storia che abbiamo ricevuto non ci è stata consegnata perché la custodissimo sotto una teca di vetro. Ci è stata affidata perché continuassimo a scriverla. Ogni generazione aggiunge una pagina. Anche la nostra. E sarà ricordata non per ciò che avrà consumato, ma per ciò che avrà saputo trasmettere.
C’è allora una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci.
Quale Venezia lasceremo ai nostri figli e ai nostri nipoti?
Una città bellissima, ma senz’anima? Una città che vive soltanto del proprio passato? Oppure una città capace di essere ancora un laboratorio di cultura, di dialogo, di pace, fedele a quella vocazione che l’ha resa unica nella storia?
Perché una comunità non vive soltanto dei monumenti che conserva.
Vive dei valori che riesce a trasmettere.
Forse è stato proprio questo il dono più grande che il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha lasciato a Venezia in questi giorni. Non una conferenza, non una lezione, ma una domanda.
Una domanda che non possiamo permetterci di dimenticare.
Perché il futuro di Venezia non dipende soltanto dall’economia, dal turismo, dalle grandi opere o dalle decisioni della politica. Tutto questo è importante. Ma non basta.
Il futuro di Venezia dipende dalla fedeltà alla sua anima.
Perché le città più grandi non sono quelle costruite dai potenti.
Sono quelle custodite dai miti.
Ed è forse per questo che una parola di pace pronunciata a Venezia pesa ancora di più.