ABITARE IL TEMPO

Pensieri e sguardi sul presente di Don Roberto

26 agosto 2026
Che cosa muove il mondo?
Roberto Donadoni

«L’amor che move il sole e l’altre stelle». È difficile trovare, nella storia della letteratura, un verso capace di racchiudere in così poche parole una visione tanto vasta dell’uomo e dell’universo. Dante affida a queste parole la conclusione della Divina Commedia. Non un punto fermo, quasi paradossalmente, ma un movimento: il viaggio termina là dove Dante comprende finalmente che cosa muove ogni cosa. L’amore. È questo il verso scelto come tema del Meeting di Rimini 2026. E vale la pena sottrarlo per un momento alla bellezza della citazione per lasciargli tutta la forza provocatoria di una domanda: che cosa muove oggi il nostro mondo?
Guardandoci attorno, la risposta di Dante potrebbe apparire persino ingenua. A muovere la storia sembrano essere piuttosto il denaro, gli interessi economici, la volontà di potenza, la competizione, la paura. Vediamo guerre che pensavamo appartenessero al passato, popoli costretti ad abbandonare le proprie case, nuove contrapposizioni tra potenze. Persino l’intelligenza artificiale ci costringe a domandarci non soltanto che cosa saremo capaci di fare, ma per quale ragione vorremo farlo.
Ma esistono anche ferite meno visibili: la solitudine di molti anziani, la fatica delle famiglie, giovani che possiedono possibilità impensabili per le generazioni precedenti e, nello stesso tempo, sembrano avere più paura del futuro. Persino l’inverno demografico, prima ancora di essere un problema statistico, racconta forse qualcosa di più profondo: la fatica di credere che il futuro meriti ancora di essere generato. Abbiamo costruito società straordinariamente efficienti, ma non necessariamente più capaci di prendersi cura. Possiamo essere continuamente connessi e terribilmente soli. Possiamo sapere in pochi secondi che cosa accade dall’altra parte del pianeta e non conoscere il nome di chi abita alla porta accanto.
È dentro queste contraddizioni che Dante torna a interrogarci.
Per lui l’uomo è un essere desiderante. Cerca felicità, riconoscimento, sicurezza, affetto, qualcosa per cui valga la pena vivere. Il problema non è il desiderio, ma la sua direzione. Agostino lo aveva intuito parlando dell’ordo amoris: la questione decisiva non è semplicemente se amiamo, ma che cosa amiamo e secondo quale ordine. Non basta amare: occorre imparare ad amare bene.
E questa non è soltanto una questione privata, perché dai nostri desideri nasce anche la società nella quale viviamo. Se desideriamo soltanto il nostro interesse, costruiremo una società di concorrenti. Se desideriamo soltanto vincere, avremo sempre bisogno di qualcuno da sconfiggere. Se misuriamo il valore di una persona esclusivamente da ciò che produce, prima o poi qualcuno diventerà un peso: l’anziano, il malato, il fragile, il povero.
Ma forse il vero contrario dell’amore non è neppure l’odio. È l’indifferenza. L’odio conserva, sia pure in maniera tragicamente deformata, una relazione con l’altro; l’indifferenza invece lo cancella dal nostro orizzonte. È una delle grandi tentazioni del nostro tempo: vedere senza guardare, sapere senza sentirci coinvolti, assistere alla sofferenza senza lasciarcene interrogare.
Una società veramente umana comincia invece quando scopriamo che abbiamo bisogno gli uni degli altri. E soprattutto quando riconosciamo il valore di una persona non per ciò che produce, possiede o può restituirci, ma semplicemente perché è. Prima di ogni prestazione, capacità o utilità viene la persona.
Da qui nasce quella che potremmo chiamare la forza civile della cura. Prendersi cura non è soltanto un sentimento privato. Riguarda la polis, la città che vogliamo abitare. Dietro ogni numero esistono persone: dietro la natalità ci sono famiglie che devono poter immaginare un futuro; dietro la povertà ci sono volti; dietro la sanità ci sono malati; dietro la scuola ci sono ragazzi ai quali stiamo consegnando il mondo di domani.
Benedetto XVI lo ricordava nella Caritas in veritate: «La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa». L’amore, dunque, non appartiene soltanto alla sfera dei sentimenti. Ha conseguenze sociali e civili, domanda giustizia, responsabilità e bene comune.
Il cristianesimo compie poi un passo ulteriore. Quell’Amore che per Dante muove il sole e le stelle non è una forza impersonale. Ha un volto: è il Dio che crea per amore e che in Cristo entra nella storia dell’uomo. Ma anche chi non condivide questa fede può riconoscere la grande intuizione dantesca: nessuna civiltà sopravvive a lungo se non sa che cosa ama. Forse è questa la domanda che il Meeting consegna quest’anno a tutti: che cosa amiamo davvero? Che cosa stiamo insegnando a desiderare alle nuove generazioni? Quale posto riserviamo a chi è fragile? Quale umanità stiamo costruendo? Dante termina il suo viaggio contemplando le stelle, ma non fugge dalla terra. Dopo aver attraversato il male, la violenza e le fragilità dell’uomo, scopre che l’ultima parola sulla realtà non è il caos. È l’Amore.
Ma l’amore non può restare una bella parola. Diventa vero quando si fa atto, attenzione e vita; quando diventa presenza, cura, responsabilità.
Perché il mondo non cambia soltanto attraverso le decisioni dei potenti. Cambia ogni volta che qualcuno si prende cura, riconosce nell’altro un valore che viene prima di ogni utilità e, davanti a un altro essere umano, decide di non voltarsi dall’altra parte.
Forse è proprio da lì che ricomincia «l’amor che move il sole e l’altre stelle».



30 luglio 2026
La nostalgia di Itaca
Roberto Donadoni

È curioso che un poema scritto quasi tremila anni fa riesca ancora oggi a riempire le sale cinematografiche di tutto il mondo. Evidentemente il successo dell’Odissea di Christopher Nolan non riguarda soltanto il cinema. Riguarda noi. Sono uscito dalla sala con una sensazione che raramente provo: non avevo visto soltanto un film, avevo attraversato una domanda. E forse è proprio questo che distingue un classico da qualsiasi altra storia. Un classico non finisce con i titoli di coda. Continua a lavorarti dentro.
Non mi interessa discutere se il film sia fedele o meno a Omero, né stabilire se sia il miglior lavoro del regista. Altri lo faranno. A me interessa un’altra domanda: perché, dopo quasi tremila anni, il viaggio di Ulisse continua a parlare così profondamente alla nostra vita?
Forse perché l’Odissea non racconta semplicemente un eroe. Racconta la fatica di diventare uomini. Ed è questo che rende un classico immortale: non offre risposte al suo tempo, ma pone domande che ogni epoca è costretta a rifarsi.
Nel film di Nolan Ulisse non è un superuomo. È un uomo intelligente, ambiguo, fragile. Porta sulle spalle il peso delle proprie decisioni e scopre, passo dopo passo, che ogni vittoria ha un prezzo. È una riflessione di straordinaria attualità. Viviamo in una società che ci educa a vincere, a raggiungere obiettivi, a primeggiare. Molto meno a fare i conti con le conseguenze delle nostre scelte.
La vera maturità comincia quando smettiamo di domandarci chi abbia sbagliato e iniziamo a chiederci quale parte di responsabilità appartenga anche a noi. Le ferite più profonde non sono sempre quelle che gli altri ci infliggono. Sono anche quelle che noi stessi provochiamo e che continuiamo a portarci dentro.
C’è poi una parola antica che attraversa tutto il film e che oggi abbiamo quasi dimenticato: la nostalgia. Noi la usiamo come sinonimo di malinconia. Per i Greci era molto di più. Era il nóstos, il ritorno. E dalla parola nóstos, unita ad álgos (dolore), nasce nostalgia: il dolore del desiderio di tornare. Perché tornare non significa semplicemente rientrare a casa. Significa ritrovare se stessi.
E forse questa è la condizione dell’uomo contemporaneo. Viaggia ovunque, attraversa il mondo, comunica in tempo reale con chiunque, ma fatica sempre di più a ritrovare la strada verso la propria interiorità. L’Itaca che tutti cerchiamo, prima ancora che un luogo, è una pace. È quel punto in cui la nostra vita torna finalmente a coincidere con ciò che siamo davvero.
Forse il vero dramma del nostro tempo non è che abbiamo smesso di partire. È che non sappiamo più tornare. Torniamo a casa la sera, ma non torniamo più a noi stessi. E senza questo ritorno, ogni traguardo rischia di diventare soltanto un’altra tappa, mai un approdo.
La nostra epoca celebra chi parte, chi cambia continuamente, chi è sempre in movimento. L’Odissea, invece, celebra chi ritorna. E forse è questa la sua lezione più rivoluzionaria. Abbiamo imparato ad andare lontano, ma stiamo dimenticando la bellezza del tornare: tornare a una casa, a un volto, a una promessa, a una parte autentica di noi stessi.
Forse il problema non è che i classici abbiano smesso di parlarci. È che siamo noi ad aver smarrito una parte del loro linguaggio. Sappiamo ancora vedere l’avventura, la guerra, la violenza, gli effetti speciali. Facciamo più fatica, invece, a riconoscere il silenzio, l’attesa, la fedeltà, il mistero. Eppure è proprio lì che i grandi racconti continuano a custodire il loro segreto.
L’altro grande tema è quello del limite. Gli antichi lo chiamavano hybris: la superbia di credere che tutto ciò che è possibile sia anche giusto. È una tentazione che attraversa ogni epoca. Le civiltà non crollano in un giorno. Si consumano lentamente, ogni volta che spostano un po’ più avanti il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, tra ciò che è giusto e ciò che è semplicemente possibile.
Per questo una delle frasi più intense del film suona come un monito rivolto anche a noi: «Non cercare gli dèi negli uomini. Rimarrai solo deluso.»
È una frase che descrive perfettamente il nostro tempo. Continuiamo a costruire idoli: leader, personaggi pubblici, influencer, uomini e donne ai quali chiediamo di essere perfetti. Poi, inevitabilmente, li abbattiamo. Ma nessun essere umano può sostenere il peso di essere un dio. Quando pretendiamo la perfezione dagli altri, prepariamo soltanto la nostra delusione. L’uomo non ha bisogno di essere divinizzato. Ha bisogno di essere riconosciuto nella sua grandezza e, insieme, nella sua fragilità.
L’altra frase del film completa la prima: «Il potere che ha un sacrificio dipende dal costo che ha per chi lo compie.»
È un’affermazione semplice, ma attraversa tutta la vita. Oggi la parola sacrificio sembra quasi fuori moda. Preferiamo parlare di successo, di efficienza, di risultati immediati. Eppure tutto ciò che conta davvero nasce da qualcosa che costa. Un amore, un’amicizia, una famiglia, un figlio, un’opera d’arte, una scelta morale. Il valore di una vita non si misura da ciò che possiede, ma da ciò che è disposto a donare.
Forse è proprio questo che continua a rendere viva l’Odissea. Non ci insegna come attraversare il mare, ma come attraversare noi stessi. Ci ricorda che il viaggio più lungo non è quello che separa Troia da Itaca, ma quello che conduce un uomo dalla presunzione alla responsabilità, dall’orgoglio alla consapevolezza, dalla fuga al coraggio di guardarsi dentro.
L’Odissea non finisce quando Ulisse approda a Itaca. Finisce ogni volta che un uomo ritrova il coraggio di tornare a se stesso. Perché, in fondo, Itaca non è un’isola. È il nome che diamo alla parte più vera della nostra vita



16 luglio 2026
Perché una parola di pace a Venezia pesa di più
Roberto Donadoni

Uscendo da uno degli incontri con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, c’era una frase che continuava a tornarmi alla mente. Non parlava della guerra. Non parlava della Terra Santa. Parlava di Venezia. «Il futuro di Venezia è la sua storia.»
Per tutto il tragitto verso casa quelle parole hanno continuato ad accompagnarmi. Più ci riflettevo, più mi rendevo conto che non erano semplicemente un omaggio alla città. Erano una domanda. Una domanda rivolta a ciascuno di noi.
Siamo ancora all’altezza della storia che abbiamo ricevuto?
Da anni discutiamo, giustamente, di spopolamento, di turismo, di affitti impossibili, di negozi storici che chiudono, di una città che fatica a rimanere viva. Sono problemi reali, che chiedono risposte concrete. Ma esiste un rischio ancora più grande, del quale si parla troppo poco: perdere la coscienza della nostra identità.
Perché una città non muore quando perde abitanti.
Muore quando perde la propria anima.
E l’anima di una città non si misura dal numero dei visitatori, dai cantieri aperti o dai bilanci in attivo. Si misura dalla fedeltà alla propria vocazione. Una città può essere restaurata in ogni suo edificio, può essere ammirata da milioni di persone, può perfino diventare un modello di efficienza, e tuttavia smarrire il motivo per cui è nata. Sarebbe la sconfitta più grande. Per Venezia il vero pericolo non è soltanto perdere residenti. È perdere se stessa.
Durante quei giorni, il Patriarca latino di Gerusalemme ha raccontato con lucidità la tragedia della Terra Santa. Non ha nascosto la sofferenza, la paura, la fatica di continuare a credere nel dialogo quando tutto sembra gridare vendetta. Ma, quasi all’improvviso, ha pronunciato una frase che mi ha colpito ancora più della precedente:
«Alla fine saranno i miti a vincere.»
Confesso che, sulle prime, mi è sembrata quasi una provocazione.
Guardando ciò che accade nel mondo, siamo portati a credere esattamente il contrario. Pensiamo che la storia appartenga ai forti, a chi possiede più armi, a chi esercita il potere, a chi riesce a imporsi sugli altri. Ogni giorno le immagini delle guerre sembrano confermare questa convinzione.
Eppure il Vangelo continua ostinatamente a raccontare un’altra storia.
«Beati i miti», dice Gesù.
Non perché siano deboli o rassegnati, ma perché hanno una forza diversa. La forza di chi costruisce invece di distruggere. Di chi tiene aperta una porta quando sarebbe più facile chiuderla. Di chi continua a credere nell’uomo anche quando l’uomo sembra aver perso se stesso.
Se ci pensiamo, tutta la civiltà nasce così.
Non dalla violenza, ma dalla pazienza.
Non dall’odio, ma dalla capacità di ricominciare.
Non dalla forza che domina, ma dalla mitezza che costruisce.
E allora basta guardare Venezia.
Questa città non è diventata una delle capitali della civiltà europea perché qualcuno ha saputo distruggere più degli altri. È diventata grande perché ha saputo costruire. Ha costruito ponti tra Oriente e Occidente, relazioni tra popoli diversi, dialoghi tra culture, incontri tra uomini di fedi differenti. Ha trasformato il mare in una strada che univa anziché dividere. Ha fatto della bellezza un linguaggio universale e dell’arte uno spazio nel quale persone lontane potevano riconoscersi.
La Serenissima è stata certamente una grande potenza. Ma ciò che l’ha resa immortale non è stata la sua forza militare. È stata la sua capacità di generare cultura, diritto, diplomazia, arte, commercio, dialogo. Ha saputo creare una civiltà. E una civiltà non nasce mai dalla prepotenza. Nasce sempre dall’intelligenza, dalla pazienza e dalla capacità di guardare oltre il proprio interesse.
Forse è proprio questo il motivo per cui una città come Venezia continua a parlare al mondo.
Quando il cardinale Pizzabattista Pizzaballa ha detto che una parola di pace pronunciata a Venezia ha un peso diverso, non stava facendo un complimento alla città. Le stava ricordando la sua responsabilità. Ci sono città che parlano attraverso il potere economico.
Altre attraverso la forza politica.
Venezia parla attraverso la credibilità della sua storia.
Per questo il suo futuro coincide davvero con il suo passato. Non perché dobbiamo vivere di nostalgia. La nostalgia, da sola, non costruisce nulla. Ma perché quella storia continua a indicare una direzione. Ci ricorda quale sia la vocazione di questa città e, forse, anche quella di ciascuno di noi.
Noi veneziani rischiamo, più di altri, di non accorgerci del tesoro che abbiamo tra le mani. La bellezza ci è diventata così familiare da apparirci quasi normale. Attraversiamo ogni giorno calli e campi, ponti e canali, chiese e palazzi senza fermarci a pensare che tutto questo non è soltanto un patrimonio artistico. È il frutto di una visione dell’uomo e della società.
Venezia non è una cartolina.
Non è un museo.
Non è il fondale delle fotografie di milioni di turisti.
È una responsabilità.
La storia che abbiamo ricevuto non ci è stata consegnata perché la custodissimo sotto una teca di vetro. Ci è stata affidata perché continuassimo a scriverla. Ogni generazione aggiunge una pagina. Anche la nostra. E sarà ricordata non per ciò che avrà consumato, ma per ciò che avrà saputo trasmettere.
C’è allora una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci.
Quale Venezia lasceremo ai nostri figli e ai nostri nipoti?
Una città bellissima, ma senz’anima? Una città che vive soltanto del proprio passato? Oppure una città capace di essere ancora un laboratorio di cultura, di dialogo, di pace, fedele a quella vocazione che l’ha resa unica nella storia?
Perché una comunità non vive soltanto dei monumenti che conserva.
Vive dei valori che riesce a trasmettere.
Forse è stato proprio questo il dono più grande che il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha lasciato a Venezia in questi giorni. Non una conferenza, non una lezione, ma una domanda.
Una domanda che non possiamo permetterci di dimenticare.
Perché il futuro di Venezia non dipende soltanto dall’economia, dal turismo, dalle grandi opere o dalle decisioni della politica. Tutto questo è importante. Ma non basta.
Il futuro di Venezia dipende dalla fedeltà alla sua anima.
Perché le città più grandi non sono quelle costruite dai potenti.
Sono quelle custodite dai miti.
Ed è forse per questo che una parola di pace pronunciata a Venezia pesa ancora di più.